Archivi per la categoria ‘Menu turistico’
direttamente sul blog del suo autore facendo clic qui:
G2Kitchen
Per niente.
Ero concentratissima sulle istruzioni, sulle scadenze, su “il banner lo metto di qua, il link lo metto di là”- e felicissima per un invito che mi ha prima sorpresa (tengo una certa età…) e poi onorata: ma emozionata, proprio no.
Un grazie speciale a Genny, Juls e Kia che hanno reso possibile quello che per molti di noi sarebbe rimasto un sogno- e lo hanno fatto in un modo assolutamente grandioso, come potete vedere da voi, sfogliando il Numero Zero che trovate qui sotto, insieme a qualche nota più tecnica- del tipo “chi siamo- da dove veniamo- dove andiamo”, tanto per avere un’idea.
Ad Ottobre, il primo numero, pieno di cose buone e belle.
Buona giornata
Ale
Peverada dello chef Pini e Cavolo rosso brasato
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Di Daniela
Questo è il post che vi ho promesso ieri sulle due altre ricette associate alla tagliata di cervo che vi ho presentato ieri cominciamo quindi dalla prima, la peverada. Come vi dicevo ieri è una salsa perfetta per accompagnare carni di vario genere, dal pollo alla cacciagione. E una salsa ottima saporita e profumata e lo chef Pini me l’ha dettata direttamente dopo la lezione di lunedì…. ve la passo così come l’ho trascritta….
Al momento di usarla riscaldatela, sciogliete con un po’ di vino o di acqua un cucchiaino di fecola e aggiungetela a poco a poco alla peverada fino a raggiungere la consistenza desiderata. Servite tiepida come accompagnamento alla selvaggina.
80 gr di fettine di mele
300 gr di forglie sottili di cavolo rosso pulito
1 cucchiaino di aceto di lamponi
8 cl di succo di arancio
1 dl di porto
2 dl di vino rosso
1 cipolla
olio evo
sale
Tagliate il cavolo rosso a julienne e fatelo marinare per un giorno con aceto di lamponi, il succo di arancia, il porto, il vino rosso e un po’ di sale. Per preparare l’aceto di lamponi basta mettere qualche lampone in infusione per circa una settimana in aceto bianco e poi… consumarlo per condire insalate o quanto vi venga in mente. Affettate la cipola, fatela appassire in alcuni cucchiai di olio, aggiungete le mele e cuocete fino a quando queste inizieranno a disfarsi. Togliete il cavolo rosso dalla marinata e unitelo al composto di mele e cipolle. Cuocete alcuni minuti, poi bagnate con la marinata. Portate ad ebollizione, mettete il coperchio e cuocete a fuoco dolce per almeno mezz’ora finchè il cavolo risulterà ben tenero. Togliete dal fuoco e, aiutandovi con una forchetta, mettete un po’ di cavolo all’interno di un coppapasta, pressate un po’ per far prendere la forma rotonda al cavolo e servite come contorno.
Buon appetito
Dani
Tagliata di cervo in crosta di pane con uvetta pinoli e grappa su tortino di patate e brasato di cavolo rosso e con salsa peverada
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Di Daniela
600 gr di lombo di cervo
1 bicchierino di grappa
50 gr di pinoli
50 gr di uva sultanina
1/2 bicchiere di olio di oliva
1 mazzetto di timo ( o di altre erbe aromatiche a vostro gusto)
10 bacche di ginepro
pane grattugiato
semi di sesamo (facoltativi)
sale e pepe
per il tortino di patate
500 gr di patate
50 gr di pancetta tagliata fine
1 cipolla piccola
100 gr di burro
sale e pepe
Riprendete l’arrosto e tagliatelo a fette non troppo sottili.
Volendo potete accompagnare il piatto con una salsa “Peverada” dello chef Pini e con un tortino di cavolo rosso brasato. Per entrambe le ricette vi rimando a più tardi.
Buon appetito
Dani
Settimo giorno- Dunfermline, Penisola di Fife, St Andrews, Glamis Castle, Perth.
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Fra tutti i popoli con cui sono entrata in contatto nella mia vita errabonda, i Britannici sono i più orgogliosi dei propri morti. Laddove con questo termine si intende non l’espressione generica per indicare gli eroi o la memoria storica di un popolo, bensì proprio la fisicità dei loro cadaveri, meglio ancora se truce. Negli anni, mi sono lasciata condurre obbiediente davanti a teste decapitate, cimiteri sterminati, croci celtiche sbilenche, ogni volta da guide improvvisate, spesso vecchiette fresche di parrucchiera o azzimati signori in giacca di tweed, che mi spiegavano fiere, con dovizia di particolari, la lunghezza della tibia o lo stato di putrefazione, con lo stesso entusiasmo con cui, in qualsiasi altra parte del mondo, vi avrebbero informato dell’antichità di un edificio o della ricchezza di un tesoro.
Dunfermline non fa eccezione- e d’altronde, come potrebbe, visto che i lastroni del pavimento dell’antica cattedrale ospitano nientemeno che la tomba di Robert the Bruce?
Tutto, qui, ci rimanda all’eroe dell’indipendenza scozzese, addirittura il fregio che sormonta la torre normanna, su cui si legge “King robert bruce”, una evidente aggiunta posteriore che testimonia, se mai ce ne fosse bisogno, che il trash non conosce confini.
Varchiamo presto la soglia del recinto della cattedrale, circondato da un vasto cimitero e delimitato, a sud dai resti dell’Abbazia. La funzione è ancora in corso, ma è prossima alla fine, come ci informa solerte un parrocchiano: “non vorrete mica perdervi il sepolcro del re, vero?”
E no che non ce lo vogliamo perdere, che domande: però, non siamo solo lì per quello. Anche per la cattedrale di Dunfermline è davvero spettacolare. Dopo Durham, la più bella: e così, inganniamo l’attesa fotografando tombe e visitando l’abbazia.
Reso omaggio a The King, ci dirigiamo verso la penisola di Fife, di solito trascurata da turisti bramosi di raggiungere St. Andrews, la meta di maggiore spicco. Noi, neanche a dirlo, ce la facciamo tutta, recuperando alcune chicche, come la statua del vero Robinson Crusoue a Lower Largo
o la deliziosa chiesa di St. Monans, a picco sul mare
o il vero spirito scozzese di Crail, fra orchestrine in kilt
e aragoste, pescate e mangiate direttamente sulla spiaggia
Arriviamo a St Andrews nel pomeriggio e la ruvida poesia del Fife sfocia nella mondanità e nella confusione di uno dei luoghi più famosi del mondo, la cui storia e le cui bellezze sono state negli anni offuscate dalla sua fama di patria mondiale del gioco del golf
Sebbene il golf sia uno sport diffusissimo, amatissimo e per nulla elitario, a St Andrews le cose cambiano: qui “comanda” l’Old Course, il green più famoso del mondo, meta agognata da tutti i golfisti e frequentata da miliardari col pallino della pallina, giapponesi e texani in primis. L’ingresso è tassativamente vietato, a meno che non si sia soci. Oppure non si possieda il Fattore C della creatura….
Io resto interdetta, ogni volta, dalla fortuna che ha mia figlia: trova soldi per strada, parcheggi sotto casa, alla prima esercitazione sul vocabolario di greco ha aperto a caso il Rocci alla pagina della parola che avrebbe dovuto cercare, insomma, un fattore C alla terza, come tre sono le C che compongono il suo nome (più la quarta di Creatura, che si è aggiunta d’ufficio, da quando sua madre ha aperto il blog). Per contro, se mai c’è una persona negletta dalla buona sorte, questa sono io: a me, mi estraggono solo se c’è da perdere, sostengo di continuo e resto ogni volta basita di fronte a quelli che a me appaiono veri e propri fenomeni paranormali. Superfluo dire che sarò stata dieci volte a St. Andrews e che il green dell’Old Court l’abbia sempre visto col binocolo…
L’altro must della capitale del Fife è la spiaggia di sabbia bianca, che corre sotto l’Old Court, dove è stata girata la scena finale di Momenti di Gloria. Ai tempi d’oro, ci correvo ogni volta, con tanto di “colonna sonora umana”, se ero particolarmente ispirata. Oggi mi limito a canticchiare un blando “tatantatatantan… tatantatataaaaaaa”- e al primo acuto, sono già stanca…
Ovviamente, non mancano i ruderi dell’Abbazia e del castello, per giunta a picco sul mare
E non mancano neppure i gabbiani, che sono davvero dappertutto
Fin qui, ce la siamo goduta: ma ora dobbiamo stringere i tempi, se vogliamo arrivare a Glamis Castle per l’ultima visita. Tagliamo per Dundee, fra coltivazioni di lamponi e di fragole, e risaliamo verso questo castello, uno dei più visitati di tutta la Scozia. Il custode, all’ingresso, è gentile e benevolo e chiude un occhio sui cinque minuti di ritardo: di corsa, però, che la guida ci aspetta.
La guida è una deliziosa ragazza portoghese che intervalla terrificanti storie di fantasmi con aneddoti della vita della futura Regina Madre, che trascorse qui l’infanzia e che qui tornò in ogni occasione: la secondogenita Margareth nacque in queste stanze, le stesse nelle quali la più simpatica dei reali inglesi riceveva gli amici e i familiari, come testimoniano tracce inequivocabili della sua presenza, dalle lettere scritte alla figlia Llybeth fino all’armadietto del gin. Io mi diverto come una matta e mi trattengo a stento dall’intervenire, per raccontare come fu di quella volta che finii in prima fila ai festeggiamenti per il centenario della signora, ragion per cui da allora i considero a tutti gli effetti un membro della Royal Family- ma basta un’occhiata feroce del marito, per farmi tacere. Pazienza, intanto me la sto godendo tutta, fra sale delle armi, camere segrete, trittici fiamminghi e l’ombra di Duncan che va a passeggio con la più densa concentrazione di fantasmi di Scozia: e chissà che magari anche la Regina Madre non ci guardi, con un bel gin tonic in mano…
Dormiamo a Perth, in Pitcullen rd, in un B&B che si chiama Pitcullen e lascio immaginare il tenore sempre più aulico dei discorsi della figlia, mentre, già che ci siamo, facciamo un giro in macchina per le vie della città. Carina, ma niente per cui valga la pena di fermarsi, senza contare che ormai si son fatte le sette- e qui è tutto chiuso. Seguiamo i consigli del nostro amico Peter e finiamo a cenare in un Inn lì vicino, la cui specialità è il pollo ripieno di haggis- ma solo perchè alla sera, ci si tiene leggeri….
Domani sera niente, ci rivediamo giovedì
ciao
ale
Carpaccio di capriolo con porcini e parmigiano croccante: la penultima lezione di cucina da Bormio
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Di Daniela
E’ una persona gentilissima, come per la verità tutti gli chef che ho incontrato durante queste splendide lezioni estive, con in più quella pazienza che contraddistingue chi ha dedicato gran parte della sua vita ad insegnare a giovani “apprendisti” la sua passione oltre che la sua professione. Il menù che ci ha presentato in questa occasione è di una semplicità estrema, pur essendo raffinato ed elegante. Io, devo essere sincera, non ho mai amato molto caccia e cacciagione, ma devo dire che tutto sommato le carni che il nostro chef ha utilizzato possono essere anche sostituite da altre diverse, secondo il vostro gusto, mantenendo accostamenti e colori…..
Ingredienti
120 gr di filetto di capriolo
4 cucchiai di olio extravergine d’oliva
2 cucchiai di aceto balsamico tradizionale
1 punta di cucchiaio di senape
6 foglie di prezzemolo tritate finemente
1 ciuffo di maggiorana tritato finemente
Sale qb
Insalata di guarnizione
50 gr di rucola
60 gr di foglie di nasturzio
2 cucchiai di olio evo
40 gr di parmigiano grattugiato
3 porcini
sale
Preparazione : Tagliate il filetto di capriolo a fettine molto sottili, metterlo in buste separate da sottovuoto o da frizer e battetele delicatamente con il batticarne.
Sciogliete la senape con l’aceto balsamico in una fondina, poi aggiungete sale e una punta di cucchiaio di prezzemolo e maggiorana tritati.
Immargetevi le fette di capriolo per qualche secondo da entrambe le parti. Formate un disco di parmigiano su di un piatto, passatelo al microonde finchè non si è sciolto e tenderà appena ad essere colorito. Oppure se non avete il miscroonde sgrattugiate il parmigiano facendone uno strato sul fondo di una padella antiaderente e mettetelo sul fuoco medio basso a cuocere finchè non sarà sciolto e dorato. Tagliatelo a triangoli mentre è ancora caldo e lasciatelo raffreddare. Lavare la rucola e le foglie di nasturzio, sgocciolare bene e condire con sale aceto e olio. Pulite accuratamente i porcini (spazzolateli delicatamente e passateli se necessario un attimo sotto l’acqua, asciugandoli subito e con attenzione) e tagliateli sottilissimi con l’afffetta tartufo o a mano libera se possedete un coltello ben affilato.Disponete l’insalata sui piatti di portata,
sistemate sopra il carpaccio, ricoprite con le fette di porcini e guarnite con i triangoli di parmigiano.
Buon appetito.
Dani
Ingredients
120 g fillet of venison
4 tablespoons extra virgin olive oil
2 tablespoons balsamic vinegar
1 tablespoon mustard tip
6 parsley leaves, finely chopped
1 sprig of marjoram, finely chopped
Salt
Salad seal
50 g rocket (arugola)
60 grams of leaves of nasturtium
2 tablespoons extra virgin olive oil
40 g grated Parmesan cheese
3 mushrooms
salt
Preparation: Cut the fillet of roer deer venison in thin slices, place in separate envelopes by vacuum or freezer and gently flatten with meat mallet.
Dissolve the mustard with balsamic vinegar in a bowl, then add salt and a bit of chopped parsley and marjoram.
Deep slices of venison for a few seconds into both sides. Form a disk of parmesan on a plate, pass it in the microwave until it is melted and just pale gold in colour. Or if you do not have miscroonde make a layer of grated parmesanon on the bottom of a frying pan and place on medium heat to cook until melted and golden. Cut into triangles while still warm and let cool. Wash the rocket and nasturtium leaves, drain well and season with salt, vinegar and oil. Carefully clean the mushrooms (gently brush them and, if necessary, pass them briefly under the water, dry immediately and carefully) and cut with thin truffle- slicer or freehand if you have a sharp-edged knife. Arrange the salad on serving plates , placed over the carpaccio, cover with slices of mushrooms and garnish with triangles of Parmesan cheese.
Enjoy your meal.
Dani
Sesto giorno (II parte): Doune Castle, Dunblane Cathedral, Stirling, Culross e i Lothian
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
La cosa che mi lascia più strabiliata, ogni volta che risistemo i miei diari di viaggio, è constatare quante cose riusciamo a vedere in un giorno. E, credetemi, non si tratta di visite superficiali, tutt’altro: in ogni luogo dove capitiamo, cerchiamo di visitare tutto quello che ci interessa. Il che, ovviamente, non significa tutto quello che c’è- ma qualche volta anche sì.
Di solito, organizziamo tutto da casa. Io studio guide e percorsi per settimane intere, mio marito fa l’itinerario (di solito, sconvolge il mio) e, quando partiamo, sappiamo già perfettamente dove dobbiamo andare e che cosa dobbiamo visitare. Qualche volta, penso che di tutte le fasi del viaggio, quella che a me piaccia di più sia proprio l’organizzazione e difatti, se avessi una giornata di 48 ore e un conto in banca a 48 zeri probabilmente mi metterei a scrivere guide turistiche come si deve (che a casa mia significa “come piacciono a me”): sta di fatto, comunque, che se c’è qualcosa di notevole lungo la strada, difficilmente ci sfugge. E se è in una stradina laterale, magari impervia e accidentata, ancora di meno.
Come ogni regola che si rispetti, anche questa ha però le sue eccezioni: qualche volta ci capita di dover rinunciare a qualcosa, più spesso riusciamo ad aggiungere qualche extra. Questo è ciò che succede oggi, in una giornata che già si era annunciata come una delle più fitte del viaggio e dove, alla fine, scopriamo di avere ancora due ore di tempo per un bel fuoriprogramma. Ma prima, però, bisogna rispettare quello ufficiale, che prevede un giro di castelli e, in mezzo, un’abbazia.
Doune Castle, a dire il vero, non sarebbe rientrato nei piani: ma abbiamo fatto un biglietto cumulativo che ne comprende la visita e, già che si trova sulla strada, facciamo una deviazione, per dare un’occhiata.
La figlia, però, è di tutt’altro avviso perchè, ci comunica solenne, “a lei i castelli non piacciono”.
“No, dico, fammi capire: ci sparigli le carte, con l’Irlanda già organizzata, e ci dici ‘o Scozia o niente’ e ora te ne esci con ‘i castelli a me non piacciono’? E da quando, di grazia?”
Io mi chiedo com’è che mi saltino in mente certe domande: da quando non le piacciono i castelli? ma da sempre, ecchediamine! E’ una vita che lei si sottopone a queste atroci torture materne, piegandosi docilmente al mio volere solo per il quieto vivere, assecondando l’indole mite del suo carattere solo per farmi piacere: ma a lei, sia chiaro, i castelli fanno schifo.
Ora, io non so che cosa dicano i manuali dei perfetti genitori in merito- e anzi, detto fra noi, preferisco non saperlo. Anche perchè, di sicuro, comincerei a sentirmi una madre inadeguata, non all’altezza, incapace e deporrei quello che , a tutt’oggi, si è rivelato lo strumento più persuasivo ed efficace, fra quelli finora testati: “ok, niente felpa con ‘I-love-Scotland’. E non ditemi che mi sto abbassando a vili ricatti: a me il richiamo alla coerenza pare chiaro: se ti piace la Scozia, ti devono piacere anche i castelli. Cosa dite? Non si era capito???
Doune Castle è il classico castello medievale: nessun arredo, nessun arazzo, nessuna tavola imbandita, nessuna tappezzeria di seta, ma solo una costruzione massiccia ed imponente che rivela subito la funzione primariamente militare del maniero. Gli interventi di restauro sono stati rispettosissimi e oggi non c’è nulla di minimamente artefatto o forzato che ne alteri un fascino che da settecento anni resta immutato. La guida aggiunge che si tratta di un luogo di culto per gli appassionati di cinema, avendo fatto da sfondo ad alcune “memorabili scene” di Monty Pithon e il Sacro Graal: e anche se non amo il genere e non conosco il film, non esito a comprendere le ragioni di questa scelta
Il tempo si è decisamente messo al bello quando entriamo a Dunblane, un piccolo villaggio tutto intorno ad una bella cattedrale gotica, dagli esterni di singolare semplicità. Abituati come siamo ad un trionfo di statue e di sculture, restiamo un po’ interdetti di fronte ad una testimonianza così anomala. Anche l’interno è diverso da quello che siamo abituati a vedere- nella navata manca addirittura il transetto- ma l’insieme ci colpisce ugualmente. Mia figlia – a cui è tornato il buonumore- confessa convinta di preferire il romanico al gotico, in un elogio della semplicità che mi riporta indietro di trent’anni, quando avevo grosso modo la sua età e dicevo grosso modo le stesse cose- e in cuor mio mi auguro che continui a pensarla così per sempre.
Il piatto forte della giornata è Stirling, la città che fece da scenario ad alcuni fra i più sanguinari scontri della già abbondantemente insanguinata storia di Scozia: da qui, infatti, passarono tutti, da William Wallace (il Bravehart di Mel Gibson) a Bonnie Prince Charlie, da Giacomo VI a Robert the Bruce, la cui statua troneggia all’ingresso del castello.
Se i Borders e i Trossachs erano il regno incontrastato di Maria Stuarda e Walter Scott, è la memoria di Robert the Bruce quella che rivive in ogni angolo di questa regione. Fu il padre dell’indipendenza scozzese, conquistata a caro prezzo nel 1314 a Bannockburn, a poche miglia da Stirling, oltre che un re saggio e capace. Gli Scozzesi lo adorano- ma come si fa a dargli torto?
Liberi di non crederci, ma io il castello di Stirling non l’ho mai visitato. Ogni volta, c’era qualcosa che lo impediva- da uno sciopero del personale al più banale rispetto del giorno di chiusura. Stavolta, neanche a farlo apposta, è in corso la campagna di restauro, che terminerà nella primavera del 2011. Quando sto per piangere, mi accorgo di un ingresso laterale e la vita mi risorride.
Bello. Non lo si visita tutto, ovviamente, ma per gran parte sì- e quello che vediamo ci piace, eccome. A me ricorda un po’ i castelli della Loira, per una concessione al vezzo e all’ornamento insospettabile nel rude popolo scozzese e inimmaginabile in queste terre. L’insieme è leggero, piacevole, di gusto e la visita ai vari ambienti scorre via velocemente, cucine comprese.
Facciamo un ultimo giro per i giardini, una sosta veloce al book shop e poi ci dirigiamo verso l’ultima meta della giornata, il delizioso borgo reale di Culross, che ci conquista all’istante. La guida chiosa che qui il tempo sembra essersi fermato, ma stavolta è vero: le case sono le stesse di cinquecento anni fa, restituite alla antica bellezza da un imponente restauro del Trust (l’equivamente britannico del nostro FAI), le strade sono in acciottolato e gli uomini portano il kilt. I colori sfumano nella morbida luce del crepuscolo e il silenzio è rotto dal lento sciacquio delle onde e dal rumore dei nostri passi. I profumi dei fiori si mischiano lievi all’aria della sera, un gatto miagola da un giardino, le ombre delle barche in secca si stagliano, da lontano- e noi staremmo qui per sempre.
Cioè: “per sempre” è una parola grossa. Diciamo che per un quarto d’ora, ce lo siamo goduti alla stragrande, il silenzio, la solitudine, l’immobilità. Ma dopo mezz’ora che andiamo avanti e indietro per la stessa strada, con i ciottoli che premono sotto le suole e gli occhi che vagano alla ricerca di un particolare che non sia stato “già visto” almeno dieci volte.
E’ a questo che mi riferivo, all’inizio del post, quando parlavo di eccezioni alla regola- e stavolta ha dell’impensabile: giriamo dalla mattina, con un programma da paura che sarebbe stato difficile realizzare- e invece non solo siamo arrivati alla fine, ma abbiamo ancora due ore di tempo. Non siamo stanchi, non abbiamo fame e meno che mai abbiamo voglia di perdere tempo alla ricerca del ristorante che non c’è. Meno che mai quando davanti a noi si scorgono i profili di due o tre posticini che…
“organizzare”, a casa nostra, significa decidere quali sono i tagli meno dolorosi da fare, all’elenco dei luoghi da vedere. Stavolta, è toccato ai Lothian, la regione intorno ad Edimburgo, per le ragioni già esposte a suo tempo: qui, in un modo o nell’altro, ci si può ritornare. E quindi, niente Lothian, niente castelli, niente giardini, niente di tutto quello che oggi si trova a pochissime miglia da dove siamo.
“Però, è tutto chiuso”, faccio io
“Fa niente”, fa lui.
Brevissima: è tutto chiuso, ma ne vale la pena. Intanto, per rivedersi i due ponti sul Firth of Firth, sia quello “nuovo”, su cui passiamo, sia quello “vecchio”, che scorre parallelo e che per l’Europa industriale di due secoli fa rappresentò un altro inno al progresso, pari a quello della Torre Eiffel. Al tramonto, poi, è un’esperienza da mozzare il fiato.
E poi per chiudere in gloria, con una figura di m… che di più non si può, finendo dritti dritti al ricevimento nuziale di non so chi a Hopetoun House, la Versailles di Edimburgo. L’euforia del primo momento (“evvai, figata, è aperto!!!), ha lasciato spazio a momenti di incredulità (” non ci posso credere…”), mutatisi in vaghe perplessità (“ma come mai è aperto?) e in rosicanti dubbi (“ma com’è che non c’è nessuno alla biglietteria?), fino al tripudio finale dell’abbordaggio al testimone di nozze (“eschius- miiiiiii, uot hhhhheppen????), confuso con un custode a causa del kilt. Mai come in questo caso, il velo pietoso è d’obbligo.
Alla prossima
alessandra
Tarte di fichi alla crema frangipane alla panna
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
La folgorazione è avvenuta al banco del pesce, sulla coda di una rana pescatrice spettacolare, che abbiamo finito per comprare tutta intera. Da lì ad improvvisare un invito a cena il passo è stato breve e da ad arrivare aalle 4 del pomeriggio, con dieci persone da mettere a tavola nel giro di 4 ore ancora di più. Però, siccome eravamo fra amici e ho una marea di ricette da porca figura, mi son tolta le scarpe, ho infilato un grembiule e ho tirato giù il menu, in base a quello che c’era nel frigo
Per l’aperitivo, ho recuperato un foglio di pasta brisèè e degli avanzi di formaggi, fra cui un pezzettino di roquefort e son venuti fuori dei “cestini di crema di roquefort profumata al porto con uva nera”
Per il primo, siccome avevo comprato dell’aglio di Vessalico, ho pensato ad una vellutata all’aglio- e ad una parmentier, per quelli dai palati fini, servita con scaglie di mandorle, sale di Cipro e crostini della dispensa.
Come secondo, la pescatrice arrosto, con gli zucchini di Cartier come contorno
E per dolce una torta ai fichi.
Bollicine e Rossese di Dolceacqua (un “azzardo” del marito, ma con ottimi risultati- l’arrosto di pescatrice era avvolto nella pancetta-) e Moscato di Pantelleria sul dolce
Non mi sono ammazzata di lavoro, ho smaltito un po’ di avanzi, mi sono goduta una serata senza patemi, presentandomi pure perfettamente in ordine e più o meno truccata. Non ci siamo strafogati di cibo, sono stata praticamente seduta a tavola tutta la sera e, particolare non trascurabile, un’ora dopo il congedo degli amici, la cucina era perfettamente in ordine. Insomma, una serata senza pretese, che poi si è rivelata perfetta, avete presente? quasi quasi, ci riprovo…
TARTE DI FICHI ALLA CREMA FRANGIPANE ALLA PANNA
(per uno stampo da tarte di 35×11 cm, come quello che vedete nella foto. Per me, è fodamentale che abbia il fondo amovibile)
per la pasta frolla
210 g di farina
140 g di burro freddo tagliato a pezzettini
70 g di zucchero semolato
1 tuorlo piccolo
scorza grattugiata di un limone
fate il solito 3-2-1 con un tuorlo di idmensioni medie, aromatizzando con un po’ di scorza di limone o della vaniglia, come spiegato qui: le proporzioni sono le stesse, le dosi sono ridotte, rispetto ad uno stampo rotondo, perchè questo è più piccolo: calcolate 210 g di farina, 140 di burro e 70 di zucchero: le uova, come è risaputo, andrebbero pesate, in pasticceria, ma per queste frolle veloci io non lo faccio mai: o un tuorlo piccolo, oppure uno medio- tranne un cucchiaino.
Imburrate la teglia e stendetevi la pasta.
Fate riposare almeno un’ora in frigo
Per la crema frangipane alla panna
100 g di farina di mandorle
100 g di zucchero semolato
100 ml di panna da montare liquida
30 g di farina
1 uovo
per aromatizzare: un cucchiaino di grappa
la farina di mandorle non è indispensabile: potete anche frullare finemente 100 g di mandorle e usare quelle, perchè il rpcedimento non richiede grane particolarmente fini. Ovviamente, aggiungete alle mandorle uno o due cucchiai di zucchero ( dai 100 g previsti per la ricetta) perchè assorba l’olio che queste rilasciano se sottoposte a questo trattamento
Mescolate bene tutti gli ingredienti, meglio se con una frusta non elettrica e versate la crema nel guscio
Prendete poi una decina di fichi maturi ma sodi, tagliateli in quarti e disponeteli sulla crema, in fila per tre o per quattro.
Infornate a 180 gradi per mezz’ora: è probabile che, verso la fine, sia opportuno coprire la superficie della torta con un foglio di alluminio, per evitare che scurisca troppo: controllate la cottura e regolatevi di conseguenza.
Noi l’abbiamo servita con uno zabaione alla cannella, ma gli abbinamenti possono essere i più vari, dalla vaniglia, per rimanere sul classico, alla lavanda e all’anice stellato. L’importante è non esagerare e non coprire il gusto dei fichi.
Buona settimana
Ale
Mt Challenge, numero tre: la ricetta della sfida è…
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
…la Japanese Cotton Cheese Cake.
Ci voleva un dolce- e ci voleva un dolce tipo questo: semplicemente strepitoso nella versione originale e, nello stesso tempo, adatto a mille variazioni sul tema. In un aggettivo, perfetto per il nostro gioco.
Qui, invece, il regolamento per questa tornata
a. gli ingredienti obbligatori
non l’avevamo indicata nelle scorse sfide, mentre stavolta c’è – ed è la cottura. Vale a dire, IL Japanese Cotton Cheese Cake deve andare in forno (mi veniva il battutone- è “cotton”- ma mi son trattenuta in tempo) ed è proprio la cottura che ne determina la sofficità. E quindi, su questo non si transige. Su “come ” cuocerlo, invece, avete di nuovo carta bianca.
Date
Modalità di pubblicazione
I food blogger, invece, devono mettere un doppio link: alla pagina di Al Cibo Commestibile, per la ricetta, e a noi per tutto il resto. Poi, come al solito, appena pubblicate ci avvisate con un commento qui sotto, lasciando il link al vostro blog etc etc
in ogni caso, è tutto qui
Ultimissima cosa: abbiamo deciso di ampliare la giuria, di volta in volta, assumendo come terzo giudice il promotore della ricetta della sfida. Questo perchè si suppone che chi propone un piatto lo conosca bene e non è detto che lo stesso valga sempre anche per noi: se, per esempio, il prossimo vincitore proponesse una ricetta regionale di cui nè io nè la Dani sappiamo nulla, il suo giudizio sarebbe sicuramente più fondato e più obiettivo del nostro. Quindi, in questa sfida il terzo incomodo sarà la Genny che lascerà il posto al prossimo vincitore e così via.
Domande, dubbi, perplessità et similia o qui sotto o a mtchallenge@gmail.com
Buona Domenica
Ale&Dani
Barchette di patate con zucchini e gamberetti
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Di Daniela
L’altro giorno, nel parlarvi della Masterclass di mia figlia e del collegato Festival di musica classica organizzato qui a Bormio, vi ho proposto anche un articolo del giornale locale, Il Giornale di Sondrio, “CENTRO VALLE” , che ci raccontava, molto piacevolmente per altro, lo spirito che anima questa occasione.
Però, mentre stavo scorrendo le pagine di questo quotidiano non ho potuto fare a meno di leggere un altro paio di notizie davvero divertenti che riportava nelle sue pagine. Innanzi tutto sfogliandolo si ha la gradevole sensazione che la cultura dello sport, come la passione per la terra e i suoi prodotti, qui sia molto sentita. Il numero degli articoli su gare più o meno competitive e di ogni genere sono numerosissimi… altrettanti quelli su sagre, vino, festival, musica e teatro .
Certo ci sono poi molti articoli che riguardano politica e vita di tutti i giorni…ma ce n’è qualcuno veramente particolare, che non può non suscitare un sorriso in chi legge : cominciamo dal primo e ditemi se poteva non colpire una genovese
Ora converrete con me che il titolo era invitante…. e che mi dite di quello subito sotto? Del cervo incastrato nel cofano della macchina? E di questo:

Premetto che questo piatto può essere usato sia come antipasto ricco che come secondo . Le dosi quindi variano a seconda dell’uso che se ne vuole fare. Diciamo che come antipasto si può servire 1 barchetta a testa. Come secondo almeno 2. Comunque le dosi per 4 barchette sono
- 4 patate meglio se di forma oblunga
- 250 gr. circa di gamberetti che possono essere sia precotti che surgelati che , naturalmente freschi. Io li ho usati precotti
- 4 zucchini fiore
- prezzemolo
- limone, buccia e succo
- maionese (facoltativa)
- sale e pepe

Ora svuotatele con l’apposito attrezzino o come ho fatto io, con l’angolo dello sbucciapatate, così da ottenere delle palline o pezzettini più o meno regolari, ma comunque piuttosto piccoli.
Lasciate da parte e tagliate le zucchine, pulite, a rondelle sottili e mettetele in una padella antiaderente a cuocere, prestando attenzione a che non si brucino. In 5 o 6 minuti dovrebbero essere pronti, croccanti e saporiti. Non aggiungete sale , ma solo un goccio di olio nella padella.
A questo punto aggiungete i gamberetti sgusciati e tagliati a pezzetti, tenendone qualcuno intero per la decorazione del piatto. Lasciate cuocere per 2 o 3 minuti e aggiungete per ultimi i pezzetti o le palline (a seconda del taglio) di patate.
Ora salate e pepate e aggiungete il succo di mezzo limone e , se piace , un po’ di buccia grattugiata, prestando attenzione a non grattugiare, ovviamente , il bianco, per via dell’amaro che rilascerebbe al piatto.
Pochi secondi per amalgamare il tutto. Aggiungete un pizzico di prezzemolo e togliete dal fuoco.
A questo punto nuova scelta: se vi piace l’idea di mangiarlo caldo, dividete subito il ripieno nelle barchette di patate che avrete leggermente salato sul fondo. Chiudetele col loro coperchietto e condite con un filo si olio crudo e un pizzico di prezzemolo .
Se le preferite fredde, lasciate raffreddare il ripieno , conditelo poi con 2 cucchiai di maionese e dividete l’impasto come sopra.
Guarnite entrambi i piatti con i gamberetti lasciati interi e un ciuffetto di maionese e servite.
Sono squisite e di bell’aspetto e a dispetto della lunghezza della mia spiegazione, velocissime da preparare: se si escludono i 20 /25 minuti di cottura delle patate , tutto il resto si prepara in 10 minuti!!!!!!
Provatele e fatemi sapere!
Buon appetito
Daniela
* 4 potatoes preferably oblong
* 250 gr. some shrimp that can be either pre-cooked and frozen, of course fresh. I used them precooked
* 4 zucchini flower
* Parsley
* Lemon peel and juice
* Mayonnaise (optional)
* Salt and pepper
Boil the potatoes with the skin for 20in minutes . When cooled, peel and cut lengthwise, not quite halfway, but how to make a box with a lid.
Now empty it with the appropriate tool in or, as I did, with the angle of Potato peeler, to obtain pellets or pieces more or less regular, but still quite small.
Set aside and cut the zucchini, cleaned, sliced thin and put them in a pan to cook, being careful that they do not burn. In 5 or 6 minutes should be prepared, crispy and tasty. Do not add salt, but only a drop of oil in the pan.
Now add the shrimp peeled and cut into pieces, keeping some for decorating the whole pot. Cook for 2 or 3 minutes and add the last pieces or balls (depending on the cut) of potatoes.
Now add salt and pepper and add the lemon juice and, if you like, a bit ‘of zest, careful not to grate, of course, the white, because that would release his bitter tasting to the plate.
Few seconds to mix well. Add a pinch of parsley and remove from heat.
At this point a new choice: if you like the idea of eating it hot, just divide the filling into the potato boats that you slightly salty on the bottom. Close them with the lid and dress them with olive oil and a pinch of parsley.
If you prefer eat them cold, let cool the stuffing, then season it with 2 tablespoons of mayonnaise and divide the dough as above.
Garnish plates with either left whole shrimp and a sprig of mayonnaise and serve.
They are delicious and good-looking and despite the length of my explanation, fast to prepare, when excluding the 20 / 25 minutes of cooking the potatoes, everything else is prepared in 10 minutes !!!!!!
Try them and let me know!
Bon appetite
Daniela
I have a dream…- biscotti alla rosa
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
“Nel 2050 spero che si mantenga la buona cucina, quella della tradizione, che usa prodotti locali e di stagione a kilometro zero. Immagino un ritorno al passato che ci farà fare grandi passi avanti: ricominceremo tutto da capo, con piccoli negozi che vendono prodotti di nicchia … Sarà il momento della vecchia drogheria sotto casa dove comprare mezzo litro di latte e mezz’etto di prosciutto … La tecnologia giocherà un ruolo fondamentale, perchè la drogheria sarà cablata e computerizzata e i prodotti certificati igenicamente perfetti” (Davide Oldani)
da http://blog.gamberorosso.it/cittadelgusto/
io voglio crederci.
E voi?
liberamente ispirata a Il Libro d’Oro dei Biscotti
per una dozzina di biscotti
150 g di farina 00
60 g di burro freddo tagliato a pezzettini
4 cucchiai di panna da montare (ovviamente, non montata)
io ho aggiunto anche un pizzico di sale
Impastate burro e farina, prima con la punta delle dita e poi velocemente anche col palmo, in modo da amalgamare i due ingredienti: aggiungete a mano a mano la panna e quando avrete ottenuto un impasto omogeneo, mettete in frigo a riposare per mezz’ora.
Nel mio caso, come ho scritto, non è stato necessario perchè la consistenza della pasta era perfetta: quindi, ho proceduto subito all’operazione successiva
Stendere la pasta con un mattarello sulla spianatoia leggermente infarinata, allo spessore di mezzo mm e con un tagliabiscotti rotondo ricavarne i biscotti. Dovreste ottenerne circa 24
Disporli in una teglia da biscotti rivestita di carta da forno e infornare a 160 gradi (modalità statica) per 15 -20 minuti. La superficie non deve assolutamente brunire
Preparare una glassa densa con zucchero a velo e acqua di rose: 100 g di zucchero a velo e poche gocce di acqua di rose, mescolando bene. Aggiungete il liquido goccia a goccia (una goccia dopo l’altra) sempre mescolando, fino ad ottenere la consistenza desiderata.
Se volete aggiungere un colorante, se è in pasta, non ci sono problemi; se è liquido, invece, state attenti, perchè potrebbe rovinare la consistenza della glassa
Per esempio, in questo caso la mia intenzione era di colorarli di rosa. Ma a lavori fatti e soprattutto a zucchero a velo finito mi sono accorta che il colorante rosa che avevo a disposizione era liquido. E così, ho rimediato con il rosso, in pasta. Sembrano scemenze, ma tant’è… non so quante glasse e fondenti ho riciclato altrove, per colpa di quisquilie come queste.
Quando i biscotti sono freddi, li farcite, li decorate e lasciate indurire lo zucchero. Dopodichè, sono pronti. E’ meglio mangiarli il giorno dopo, conservandoli in una scatola di latta.
Ovviamente, sono più indicati per una festa di bambini che non per una colazione di adulti: ma questo, forse, lo avevate già intuito da soli.
ciao
ale
La Pasta alla Norma- il pdf dell’mtchallenge! (e una bella notizia per tutti)
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Tutto pronto.
L’altra buona notizia è che la nostra amica Giulia si è finalmente decisa ad insegnarci un po’ della sua cucina russa. Per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, sono una frana, per cui vi rimando al suo sito, dove c’è tutto: qui mi limito a dire che noi ci andiamo , laddove il “noi” per il momento sta per il marito e per me e il “ci” non ha ancora assunto i contorni di uno spazio definito. Ma Giulia è una delle food blogger che la Dani ed io amiamo di più, sin dai primi tempi di menturistico, quando ancora non sapevamo chi ci fosse dietro un prodotto così raffinato e “di sostanza”. Se avesse organizzato dei corsi di cucina già allora, mi sarei iscritta a scatola chiusa, e figuriamoci se non lo faccio adesso, ora che alla stima “professionale” si è aggiunto l’affetto di un’amicizia sincera. Se siete interessati ai suoi corsi, lasciamo il banner qui in home page, in modo che possiate agevolmente arrivare sulla sua pagina, senza problemi. Ma se invece vi facesse piacere andarci tutti insieme, magari anche scegliendo una data diversa da quelle proposte (la mia agenda, purtroppo, si muove di due mesi in due mesi, come minimo, per cui vedo qualche spiraglio da fine ottobre in poi, per esempio), noi siamo disponibilissime per organizzare qualcosa e fare da tramite con Giulia, oltre che contentissime, naturalmente.
E ora scappo in ufficio
ciao
ale
p.s. per gli “Scozzesi”: vado “di collirio” e di occhiali tutto il santo giorno, sperando di riuscire a finire il post per stasera. Più che perdono, chiedo pietà
))
Torta morbida con le mandorle e crema al "sapor di panera" (mascarpone al caffè) e la Musica
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Di Daniela
e a vari sponsor e permette a giovani musicisti di ” ampliare i loro orizzonti musicali confrontandosi attivamente con la musica da camera” e con altri studenti che vengono da varie parti d’Italia e di Europa per poter suonare insieme e insieme ascoltare una serie di coinvolgenti concerti dati dai loro Maestri.
E’ la prima volta che a Ginevra capita un’occasione del genere, e non so dirvi la sua soddisfazione: parla in Inglese con una giovane finlandese con la quale ha condiviso casualmente la lettura dello stesso libro, nelle due linge madri ovviamente, e parla con Giulia, una giovane 20enne fiorentina, che studia a Ferrara, della loro preferenze nell’interprertazione del musicista preferito da entrambe… Insomma, per lei, una specie di paese del bengodi: in più hanno a disposizione un numero considerevoli di pianoforti tutti posti in palazzi splendidi per storia, eleganza e bellezza (perfino nello splendido palazzo De Simoni con la sua torre medievale e la parte “moderna” del 1600) del e oltre ad avere un maestro che le segue ogni giorno personalmente, ne hanno altri che seguono e aiutano il loro avanzare nella scoperta della musica da camera, con tutta la passione e l’impegno che giovani, ma titolati insegnanti possoni avere.
Insomma chi ha creature proprie sa cosa vuol dire vedersele girare intorno sorridenti e felici, nonostante Ginevra studi, ora, per parecchie ore al giorno (oggi è stata impegnata tra lezioni, ascolto, e studio, dalle 9 alle 12 e dalle 15 ale 19.15)!!!!! In questa stessa settimana abbiamo qui anche il figlio di amici che sta affrontando un ritiro con la sua squadra di calcio giovanile, e anche lui, nonostante allenamenti intensi, faticosi esercizi e partite “tirate”, sorride soddisfatto e non fa altro che dirti come si diverte e come è felice di essere qui…..
La stanchezza fisica e mentale, certo merita di essere rifocillata con qualcosa di semplice ma nutriente, che dia una certa morbida soddisfazione, quando ci si riposa finalmente. Ecco perciò
Ingredienti per una tortiera quadrata di circa 26×26 cm (12 persone)(io ho diviso l’impasto in due stampi da plumcake in silicone, per facilitare l’operazione di sformare la torta)
per la torta
6 uova
200 gr di farina
250 gr di zucchero
2 pizzichi di sale
1 cucchiaino raso di lievito
60 gr di mandorle macinate finissime
per la crema
4 tuorli
400 di latte
140 gr di zucchero
40 gr di farina
8 gr di colla di pesce (ne ho usati 10)
1 bustina di vaniglina o mezzo baccello di vaniglia
350 gr di mascarpone
1 confezione di panna fresca
zucchero a velo
3 tazzine di caffè
Montate a lungo le uova con lo zucchero. setacciate sul composto la farina con il lievito e il sale, aggiungendo anche le mandorle macinate fino ad ottenere una farina fine. Mescolate il tutto delicatamente dal basso verso l’alto per non smontare la preparazione.
Imburrate e infarinate lo stampo: versateci il composto e infornate a 175° per 50 minuti (prima di sfornarla fate la prova stecchino: se esce asciutto la torta è cotta) Sfornate, attendete 5 minuti e poi sformate la torta sulla gratella.
Preparate, mentre la torta cuoce, la crema: scaldate il latte con 80 gr di zucchero. Montate i tuorli con lo zucchero rimasto finchè non saranno bianchi e spumosi, unite la farina e diluite con il latte ancora caldo. Mettete il composto in una casseruola e cuocete a fuoco basso sempre mescolando finchè la crema non si addensa. Togliete la casseruola dal fuoco, unite la vanillina e la colla di pesce già ammollata in acqua fredda per 10 minuti e ben strizzata. Lasciate raffreddare mescolando di tanto in tanto o con la pellicola a contatto. Sbattete il mascarpone con lo zucchero a velo e 2 tazzine di caffè ristretto, poi incorporatelo alla crema fredda. Unite delicatamente anche 140 gr di panna montata.
Dividete la torta a metà, poi inumiditela con l’ultima tazzina di caffè, allungato con un paio di cucchiai di acqua. Spalmateci su la farcia, livellatela e sovrapponete il secondo strato di torta. Questa la frase della rivista. Io invece vi suggerirei di rimettere la parte sotto della torta nello stampo, poi di rovesciarci su la crema, solo quando è molto densa e poi ricoprirla con la metà superiore. Così si evitano inutili “spiaccicamenti” della crema ovunque e la torta rimane più “ordinata”. Mettete il tutto in frigo per 4-5 ore.
Prima di servire spolverizzate la superficie della torta con zucchero a velo e decorate con chicchi di caffè o gocce di cioccolato o con ciuffetti di panna o due fragolette.
Ah, si ancora 2 annotazioni:
1) la torta è forse ancor più buona il giorno dopo (e quello dopo ancora)
2) se siete dei caffè dipendenti come me, state attenti, perchè questo dolce può senza dubbio creare dipendenza
)) !!!!
Buon appetito
Dani
Daniela
So you know that there’s nothing better than having your children turning around smiling and happy! And Ginevra is really happy, despite she studies now for several hours a day (today has been busy between classes, listening and learning, from 9 to 12 and from 15 wings 19.15) !!!!! In the same week we have here also the son of friends who is on a training session with his youth football team, and he too, despite intense training and strenuous exercises smiles satisfied and does nothing but tell you how as fun and is happy to be here …..
The physical and mental fatigue, certainly deserves to be refreshed with something simple but nourishing, giving some soft satisfaction when you rest, at last.
Whip the eggs for some minutes with sugar. sift the flour made with baking powder and salt, adding the ground almonds. Mix everything gently from the bottom up.
Ingredients for a square cake pan about 26×26 cm (12 persons) (I divided the dough into two molds plumcake silicone, to facilitate the task of transforming the cake)
for cake
6 eggs
200 grams of flour
250 g sugar
2 pinches of salt
1 teaspoon yeast
60 grams of fine ground almonds
for cream
4 egg yolks
400 milk
140 gr sugar
40 g flour
8 g gelatin (I used 10)
1 packet of vanilla or vanilla bean half
350 g mascarpone
1 package cream
icing sugar
3 cups of coffee
Butter and flour the mold: pour the mixture and put in the oven at 175 degrees for 50 minutes (remove from the oven after your stick test) Remove from the oven, wait 5 minutes and then pull out of shape the cake.
Meanwhile, prepare the cream: Heat the milk with 80 grams of Sugar. Whip the egg yolks with remaining sugar until white and foamy, add flour and diluted with warm milk. Put the mixture into a saucepan and cook over low heat, stirring constantly until the cream thickens. Remove from heat, add the vanilla and the gelatin already soaked in cold water for 10 minutes and squeezed. Let cool, stirring occasionally, or in contact with the film. Beat the mascarpone with icing sugar and 2 cups of strong coffee, then embed them in cold cream. United is also 140 grams of gently whipped cream.
Divide the cake in half, then moisten with the last cup of coffee, diluted with a few tablespoons of water. Pour on the filling, and overlay the second layer of cake. This is what the magazine write. But I would suggest to put again in the cake mold the base of yourcake, then pour on the cream when it’s very thick and then cover with top half. Put everything in the refrigerator for 4-5 hours.
Before serving, sprinkle the surface of the cake with icing sugar and decorate with coffee beans or chocolate chips or with tufts of whipped cream or two strawberries.
Ah, y2 more suggestions:
1) the cake is perhaps even more good the next day
2) if you are a coffee addict like me, beware, because this cake may be addictive
))!!
Bon appetit
In Scozia: I Trossachs, Loch Katrhine, Stirling e un po’ di castelli
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Piove- c’è il sole/c’è il sole- piove: il tempo, in Scozia, è tutto così. E siccome l’andamento del nostro umore, in vacanza, si modula sul tempo, è tutto un passare da sorrisi a musi lunghi, da cappelli ad ombrelli, da “che spettacolo quando c’è il sole” a ” l’anno prossimo, nel Sahara”. Stamattina, il copione è lo stesso. Dormiamo in un delizioso hotel sul Fiordo di Edimburgo, il famoso Firth of Forth, dall’altra parte del mare, famoso per celebrare i matrimoni della middle class edimburghese: ci sono foto di sposi sorridenti in tutti gli angoli, lei sempre in versione meringa, lui sempre in stile pinguino, tanto che, preso il possesso della nostra camera, ci assicuriamo bene che non ci siano altri ritratti da qualche altra parte, bagno compreso. La missione si compie con successo e possiamo salutare Edimburgo da lontano, godendoci la bassa marea dalle nostre finestre.
Piove, dicevo, e noi abbiamo in programma i Trossachs, un’incantevole regione a ridosso del Loch Lomond, tutta costellata di laghi e laghetti, immersi nella foresta. Partiamo col morale a terra, ma nel giro di pochi minuti si risolleva…..
La prima tappa è alla Inchmahome Priory, una abbazia in rovina (toh) che noi pensiamo sia sulla strada. Ci sbagliamo a metà: sulla strada, infatti, c’è il pontile e l’ormeggio della barca che ti traghetta verso l’isola, in mezzo al lago. Intorno a noi, però, non c’è nessuno. Non un’imbarcazione, non una biglietteria, non un approdo. Mi spingo fino alla cima del pontile e scorgo un cartello bianco : “se volete che vi veniamo a prendere, girate il pannello verso il bianco”, c’è scritto più sotto. Noi non verifichiamo, ma pare che funzioni…
Facciamo rotta verso il Loch Katrine attraverso i loch Ard, Chon e Arklet, perchè prima vogliamo vedere le Cascate di Inversnaid, sul loch Lomond. Cioè, “vogliamo” è una parola grossa: io ci terrei, ma se si tratta di muovere un passo, ecco che la creatura si lamenta che è stanca e il marito attacca a dire che non abbiamo le scarpe adatte. O meglio: io non ho portato le scarpe adatte per tutti- e quindi, non solo mi tocca rassegnarmi ad una marcia indietro, ma pure in silenzio, perchè chi è causa del suo mal etc etc.
Il punto più struggente dei Trossachs è il Loch Katrine, il luogo che ispirò a Sir Walter Scott “La Ragazza del Lago”.E’ il bacino idrico di Glasgow, ma non c’è nulla che ne snaturi la poesia, anzi: l’accesso è praticamente impossibile e l’unico mezzo di locomozione è un antico battello a vapore che si chiama- indovinate un po’- SS Walter Scott e che fa il giro dell’intero lago.
Ma i Trossachs sono anche i luoghi del Robin Hood scozzese, il famoso Rob Roy, le cui gesta furono cantate, tanto per cambiare, da Walter Scotto in tempi antichi e dall’omonimo film, in tempi recenti. “Bel film”, chiosa il marito, mentre io racconto alla creatura di questo allevatore di bestiame della fine del Settecento, finito al centro di un complotto, condannato ingiustamente e vissuto da fuorilegge proprio in queste terre, divenuto l’ emblema scozzese della lotta contro le ingiustizie dei ricchi e dei potenti. E siccome entrambi sono interessati alla storia, la romanzo ancora un po’ e quando li vedo ben disposti, calo l’asso…
” Te e il tuo navigatore, c’era un cartello grosso così TOMBA DI ROB ROY- e invece no, dobbiamo seguire miss turn left”. Abbiamo sbagliato strada e siamo finiti lungo una ciclabile dei Trossachs, vale a dire un sentiero impervio e tortuoso, che si snoda nel bosco per non so quanti km- maledizione alle miglia- , per giunta in mezzo a ciclisti e ad agnelli. Il posto che stiamo cercando si chiama Balquhidder, non abbiamo idea di come si pronunci e neppure di dove sia. In altre circostanze, farei inversione e tornerei indietro: ma qui c’è in gioco la mia collezione di tombe e figuriamoci se demordo….
Alla fine, ci arriviamo. Seguendo il cartello stradale, ci avremmo messo due minuti scarsi e se avessimo avuto qualche dubbio, questo sarebe stato subito fugato dal numero di turisti che si affollano nel piccolo cimitero. Balquhidder è uno dei posti più piccoli che abbia mai visto, un gruppetto di case con una deliziosa Library Tea Room ai piedi della chiesa e del cimitero, ma agli stranieri ci sono abituati: ” Welcome to Scotland”, mi saluta una coppia di vecchietti, indicandomi la strada, senza che neanche abbia bisogno di aprire bocca. E chissà perchè, son di nuovo felice
Fotografiamo la tomba, bighelloniamo per il cimitero, diamo una rapida occhiata alla chiesa, mentre ormai il tempo si è messo decisamente al bello. Guardiamo l’ora: son quasi le due- ed iniziamo ad aver fame. Gli Scottish Breakfast ci fanno fare un pieno di calorie che arriva comodamente fino a sera: stavolta, però, c’è un pub, proprio fuori Callander, noto per il coscio d’agnello alla menta- e tanto basta per risvegliare gli appetiti di tutti.
Prima delusione del viaggio: no lamb, today. Però il pub è delizioso, con le travi a vista e le bottiglie di whisky belle allineate sgli scaffali, il menu sulla lavagnetta, appeso allo scaffale dei libri e il gestore che suggerisce i piatti con aria sorniona e un po’ intrigante. “baderbiiin sup”, biascica a mio marito che gli chiede spiegazioni sulla zuppa del giorno e “lit spong cheik”risponde a mia figlia che non sa che cosa sia lo “sticky fudge”. I due ammutoliscono ed io capisco che è arrivato il mio momento- e dò il bianco, dalla A alla Z, anzi: dall’antipasto al dolce., passando per tutti i modi di dire pentola, teglia, fuoco dolce e fiamma alta Faccio effetto pure all’oste che, stordito da sì tanta competenza, arriva pure a darmi la ricetta della casa della cheese cake al baileys: quando sono lì lì per chiedergli il diametro della tortiera, però, il marito mi ferma, paga il conto, saluta e andiamo via. Mancanza di tempo, dice lui. Ma in realtà, muore d’invidia…
a domani per il seguito
ale
Patate e funghi? sì ma Finger food
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
Ve la anticipo qui, perchè è troppo bella. Anzi, no: bella, non lo è per niente o quanto meno non o è stata per noi che, tanto per cambiare, ci eravamo in mezzo. Però, è così “singolare” che temo che per un bel po’ di tempo mi sarà impossibile parlare di funghi senza associarli a questo episodio.
Grosso modo a tre quarti della vacanza scozzese, mentre stavamo scendendo lungo le Highlands, ci siamo avventurari in una delle tante stradine panoramiche che costeggiano i laghi. Il percorso si allungava e ci si perdeva in comodità, ma la bellezza del paesaggio circostante valeva la pena di sobbarcarsi il disagio dei km in più e dei sobbalzia alla schiena. Al solito, il rituale era lo stesso: macchina di traverso sul ciglio della strada, con me a sorvegliare che non fosse di intralcio e il marito e la figlia in giro a far foto.
Quel giorno lì, però, la creatura non si era voluta spostare di un millimetro dal sedile posteriore, complice il libro che stava leggendo e così eravamo rimaste in due ad aspettare il ritorno di Giulio. Che però non arrivava.
“Come mai ci mette tanto?” mi chiedevo, mentre davanti a me sfilavano immagini di cadaveri portati via dalla corrente o straziati da cervi inferociti. E siccome di natura sono ansiosa e mia figlia non mi degnava di una risposta, ho deciso di scendere e di andare a cercarlo.
“Porciniiiiiiiiiiiiiiiii” l’ho sentito urlare da lontano “prendi un sacchetto e vienimi incontro, che c’è pieno di funghi!”
Detto fatto: mi armo di sacchetto (Walkers, quello degli Shortbread) e lo raggiungo. non prima però di essermi inciampata in tre esemplari, l’uno più bello dell’altro, proprio lì sul ciglio della strada.
” E ora?” gli chiedo, mentre ci dirigiamo a sud. “cosa ne facciamo?”
“Niente: li diamo alla signora del B&B e le chiediamo di prepararcene un po’ per domani. Il resto, se li tiene”
Ora, non so voi ma se c’è una cosa a cui non so resistere è il profumo dei funghi. Fatemi assaggiare qualcosa- qualsiasi cosa- che abbia questo profumo e potete star certi che lo mangerò, senza esitazioni. E quindi, vi lascio immaginare in che condizioni siamo arrivati al B&B, affamati come lupi e levando in alto il sacchetto, a mo’ di offerta votiva.
“Poison”. La signora sembra uscita da un fumetto. Ha i capelli lunghi e ricci, gli occhialini tondi e il naso in su, un camicione a fiori e i sandali senza calze. Mentre scaricavamo i bagagli ci ha fatto una testa così sulla sicurezza, le uscite antincendio e l’uso dei saliscendi delle porte, ripetendo che, se altrove fumare è un divieto, lì è un peccato (a pity) e pure mortale (deadly pity) e ora, davanti ai nostri porcini, ha lo sgurdo incrollabile di chi sa di essere nel giusto.
“Sono velenosi”
Il marito strabuzza gli occhi, poi li fissa prima sui finghi e poi su di lei. E comincia a spiegarle che questi sono porcini, altrimenti detti Boleti non so come, che in casa loro li raccolgono da una vita, che sua madre è una botanica, che lui li ha bevuti nel latte e ogni altra argomentazione per strapparle un sì
Ma quella, non cede di un millimetro, anzi
“Poison, Deadly poison”.
E così, ci siamo rassegnati. Immobili, senza colpo ferire, abbiamo assistito al rito della spazzatura, con la tipa che prendeva il sacchetto, lo teneva accuratamente lontano da sè e lo faceva cadere nel bidone della rumenta, chiudendo subito il coperchio. Ma se vi dico che, al mattino dopo, davanti a quella poltiglia limacciosa che fa acqua da tutte le parti e che loro chiamano “mushroom” ci siam quasi messi a piangere, mi credete o no???
da Easy Finger , di Sigrid Verbert
Per una ventina di cestini
4 piccole patate
4 porcini (io ho usato una decina di gambi)
50 g di ricotta
1 rametto di rosmarino (prezzemolo, nel mio caso)
1 dl di olio d’oliva
1 spicchio d’aglio
Versare l’olio in un pentolini, aggiungere il rosmarino, far scaldare leggermente, spegnere e far riposare per 20 minuti
(ho omesso tutto questo procedimento, perchè, come ho detto, ho usato il prezzemolo)
Intanto, pulire i funghi, tagliarli a pezzi e saltarli in padella con un filo d’olio, l’aglio in camicia e il rosmarino. Eliminare l’aglio, frullare i porcini con la ricotta, salare e pepare. Sbucciare le patate e tagliarle a fettine sottili. Eliminare il rosmarino e spennellare ogni fettina di patate con l’olio, prima di sistemarle, 4 o 5 alla volta, disposte a fiore, in stamppini per mini crostate (ho usato quelli per le mini quiches). Infornare a 180 gradi per una decina di minuti (nel mio forno, anche 5). Sfornare i cestini, lasciare intiepidire e guarnirli con la crema di porcini.
Ci vediamo stasera, per la Scozia
ciao
ale
In Scozia: quinto giorno. Edimburgo
oppure visita direttamente il blog:
menu turistico
“Quanti giorni, ad Edimburgo?”
“Un giorno basta”- taglio corto, spuntando mentalmente dalla lista dei posti da vedere tutto quello che può richiedere visite approfondite e quindi tempo. Cadono sotto i colpi della gomma il National Museum of Scotland, l’Osservatorio, la National Gallery (forse) e la Georgian House (ma anche no), mentre punto la sveglia mezz’ora prima del previsto e mi addormento organizzando e riorganizzando la giornata, nel disperato tentativo di incastrare tutto.
Ci si è messa pure la pioggia, a scombinarmi i piani- e stavolta non sembra che abbia intenzione di smettere. Usciamo dal parcheggio di Castle Terrace con gli ombrelli sotto braccio, in segno di resa: d’altronde, non è tempo per le manfrine, le indecisioni, il “semmai torno indietro a prenderli”: son solo le nove, ma i turisti abbondano e il Castello è a pochi passi.
Dire Edimburgo e pensare al Castello è un riflesso incondizionato. D’altronde, sarebbe impossibile fare il contrario, visto che la fortezza che da secoli domina la città è il fulcro della sua storia. E’ dal castello che deriva il nome (dyn, in gaelico, sta per fortezza), è dal castello che trae origine il soprannome (l’Atene del Nord, una specie di acropoli), è nel castello che si sono succeduti gli eventi storici più importanti, dalle imprese di re Malcom fino a quelle di Bonnie Prince Charlie, passando per Robert the Bruce e l’immancabile Maria Stuarda che qui diede alla luce il futuro re d’Inghilterra. La visita, quindi, è d’obbligo, come si intuisce dalle code al botteghino. Noi le dribbliamo, grazie ai soliti abbonamenti, ed iniziamo a salire.
The Castle è, propriamente, una grande fortezza. Quindi, non aspettatevi di entrare in un castello, ma in una serie di edifici, più o meno grandi, più o meno importanti, tutti disposti intorno alla spianata, sui cui bastioni un tempo si combattevano guerre, oggi ci si spintona per fare la foto al panorama: “ma se si può essere più cretini- dico a mia figlia, accennando col mento a due che si stanno infradiciando fino alle mutande per raggiungere l’inquadratura perfetta- “almeno si vedesse qualcosa, uno potrebbe anche capirlo, ma così…ce ne saranno di scemi, al mondo”. Questo lo dico proprio nell’esatto istante in cui uno dei due si gira, rivelando a tutti gli astanti di essere il marito: neanche a farlo apposta, intorno a noi ci son solo Italiani , quella deficiente della creatura, anzichè filarsela all’inglese, resta dov’è, piegata in due dal ridere e nel giro di tre minuti stanno ridendo tutti. Tranne me, naturalmente…
Dei vari edifici che compongono il Castello, quello dove la fila è più lunga ospita i gioielli della Corona. Quello che a me invece è sempre piaciuto più di tutti è il Memorial, una sala del XVIII secolo tutta consacrata agli scozzesi vittime delle due guerre mondiali. E’ una successione di tante piccole cappelle, ognuna con le bandiere e le insegne del corpo militare di appartenenza, sotto alle quali si trova il libro con tutti i nomi dei defunti, reparto per reparto. Ovunque, corone di papaveri rossi, ad indicare una morte che deve essere oblio per i caduti- ma solo per loro
Giramo un’ora per il Castello, fermandoci ovviamente ad ascoltare la prima delle tante cornamuse che faranno da sottofondo a questo viaggio. Fedeli alle consegne, gli Scozzesi suonano anche se diluvia, coperti da cerate nere che arrivano fino alle ginocchia, fra il tripudio dei bambini e l’esaltazione dei soliti “foto-ricordo-addicted”, che agognano ad essere immortalati accanto a loro. Stavolta è una giapponese a mettersi in posa, in linea perfetta con la direzione delle canne dello strumento: il suonatore le inclina e la centra in pieno, con un tempismo degno del migliore dei film comici. Dio esiste- e porta il kilt.
Il Royal Mile o “miglio reale” è il nome che viene dato alle strade che collegano The Castle con Holyrood Palace, all’estremità opposta. Milleseicento metri di meraviglie, funestati purtroppo dalla massiccia presenza di negozi per turisti- turisti compresi. “Vent’anni fa, non ce n’erano quasi”, borbotto, mentre mi faccio strada fra espositori di magliette e venditori di cartoline, alla disperata conquista della mia meta, mai agognata come in quest’ultimo mese e altrettanto additata agli amici come rimedio di tutti i mali: il negozio che vende i famosi Sixpence, le monetine che tradizionalmente accompagnano tutti i riti del popolo britannico- dal pudding di Natale alla scarpa della sposa (and a sixpence in your shoe)- spazzate via dall’introduzione del sistema decimale, nel 1970 o giù di lì. Da quel momento in poi, i Sixpence sparirono quasi del tutto: molti vennero custiditi gelosamente, allo scopo di mantenere vive le tradizioni del passato (senza andare troppo lontano, sia io che mia sorella siamo andate all’altare con un sixpence nella scarpa), ma la maggior parte finì sui banchi di qualche antiquario astuto che ne fece incetta a tempo debito per farci ricarichi mostruosi su. Uno di questi si trovava proprio nel Mile, più o meno a metà ma, per quanto mi affanni a cercarlo, non lo trovo. Trovo però il negozio del cachemire e quello dei kilt, dove si fanno due lunghe soste consolatorie- e pazienza se il negozio non c’è più: la fortuna, è rimasta lo stesso.
La creatura è in estasi: e non per il nuovo kilt superaccessoriato che le abbiamo regalato, ma per gli artisti che animano il Mile. Siamo agli inizi del Festival Internazionale, una rassegna che, dal 1947, riunisce ogni anno ad agosto giovani artisti da tutto il mondo- ballerini, attori, cantanti di ogni genere. Gli spettacoli sono alla sera, ma di giorno le compagnie scorrazzano per le strade del centro, ora inscenando piccoli spettacoli, ora facendo assaporare qualche breve anteprima, in una caccia allo spettatore pagante che altrove potrebbe suonar fastidiosa ma che qui ti fa rimpiangere il poco tempo a disposizione.
E’ anche tempo di Military Tatoo, la grande parata militare che ha sede nel piazzale antistante al Castello, in contemporanea col festival. Per quanto più turistica, è una manifestazione commovente: almeno, io mi sono commossa, ogni volta che ci sono stata e per questo ci sarei tornata volentieri. Ma i biglietti si acquistano con mesi di anticipo e noi , alla Scozia, abbiamo pensato troppo tardi. E così, deviamo verso St. Gills, la cattedrale della città, nota per essere la sede della Cappella dell’Ordine del Cardo, l’onorificenza più ambita di Scozia. Tanto ambita che, per visitarla, è richiesto un supplemento….
Da St. Gills in giù, la frenesia si placa, per lasciar spazio all’Edimburgo sorniona ed elegante che ricordavo. Anch’io tiro il fiato e finalmente ritrovo le cose di un tempo, le insegne dei negozi
la bottega del fudge
il Christmas Shop
e, finalmente, il vecchio pub di Cannogate, dove ci fermiamo per pranzo e dove il marito ordina il famigerato Haggis. “Famoso” sarebbe l’aggettivo più indicato perchè, di solito, è così che ci si riferisce al piatto tipico di una località. Ma con l’haggis le cose cambiano: intanto, perchè si tratta di un vero cibo da Highlander: un insaccato di cuore, polmone e fegato di pecora, uniti a grasso di rognone, cipolle e spezie varie e fatti bollire direttamente nello stomaco dell’animale (morto, sia chiaro). In più, io per anni sono stata costretta ad assaggiarlo, per doveri di contratto, prima ancora di ospitalità, perchè, lavorando nel turismo, non potevo certo far vedere ai clienti che non mangiavo le prelibatezze che mi venivano messe nel piatto. Se a ciò aggiungete che ogni volta che vado dal macellaio vengo minacciata col coltello perchè vorrei che togliesse il grasso dalla carne, vi lascio immaginare come io sia ben disposta verso quel piatto. Che, ovviamente, il marito ordna subito.
“Stai scherzando, vero?” gli chiedo, quando decifro qualcosa di molto simile ad “agghii” nell’incomprensibile slang americano che il marito si ostina a considerare inglese
“No, perchè? lo assaggio”
” Guarda che è una schifezza… nel senso, che io l’ho mangiato, mi ci hano costretta ogni volta, ma fidati, un incubo… anzi, la guida dice pure che ormai è una specie di leggenda, che non lo mangia più nessuno, e come si fa…”
Io lo so, ora, cosa state pensando in questo momento: e cioè che il marito abbia mangiato l’haggis, trovandolo ottimo. Per carità, non state sbagliando, anzi: lo ha trovato ottimo e difatti lo ha mangiato. solo un terzo, però: perchè il resto è finito nello stomaco della creatura la quale, dimentica dei “no, lì c’è stata dell’insalata e allora non lo voglio” e “no, lo yogurt solo magro perchè sennò ingrasso” si fa fuori sotto i miei occhi mezzo metro di immondo budello, condendolo con mugolii di ogni tipo- mmmmhhhh… spettacolo…mmmhhhh… quant’è buono…. fino al colpo finale del “capisci perchè a casa non mangio? perchè tu, ‘ste cose, mica me le prepari…”
Holyrood Palace è la residenza ufficiale della Regina quando viene in visita in Scozia e difatti non è detto che lo si possa visitare sempre: fortunatamente, Sua Maestà non è più una ragazzina e quindi ama avere delle abitudini, che la vogliono a luglio a Holyrood e ad agosto a Balmoral, ma non è detto: per cui, informatevi sempre con un certo anticipo, se volete visitare gli interni. Secondo me, merita un giro, anche se il biglietto è caro e non rientra in nessun pacchetto scontato. Le guide sono simpatiche e sono le uniche che riescano a rendere divertenti le gallerie diei 110 ritratti dei vari Reali ingelsi, soffermandosi su aneddoti e retroscena non sempre convenienti. E se poi siete fra quelli che amano le storie di lacrime e sangue, la stanza dove fu ucciso Rizzio, il fascinoso segretario di Maria Stuarda, è quello che fa per voi….
Di fronte ad Holyrood, sorge un’orrenda costruzione, mai vista prima di allora, che ospita il Parlamento Scozzese: risale a pochi anni fa e ne parleremo meglio nell’ABC ma, in ogni caso, sotto l’aspetto architettonico è un pugno in pieno viso.
Risaliamo verso New Town, passando per Princes Square e per Jenner’s, la risposta scozzese ad Harrods. Nulla a che vedere, per carità, ma la creatura ha appena saputo di una crociera premio che i nonni le regalano quest’autunno in Egitto e tanto basta per provarsi tutti i vestiti da sera, mentre io e mio marito continuiamo a chiederci “premio…de che???”
Si chiama “New Town” mai in realtà risale al XVIII secolo che qui vide il trionfo dell’età giorgiana. E difatti, il quartiere a Nord di Princess street è contraddistinto da una straordinaria unità architettonica, che sembra inimmaginabile se confrontata con il meraviglioso guazzabuglio di architetture e di stili di Old Town: facciate lineari, porte colorate incorniciate da bianche colonne, ampi viali e ariose piazze sono il segno distintivo di queste strade, il cui asse principale vada da St Andrew a Charlotte Square, dove ha sede la famosa Georgian House.
Date retta a me: andateci. E vedrete che non ve ne pentirete. E’ una casa arredata con mobilio originale, che risale proprio all’epoca della costruzione della piazza e che testimonia in modo vivido ed eloquente la vita di quegli anni. L’avrò vista dieci volte e quindi non mi dispiace tirar dritto, di fronte ai “no” imperiosi del marito e della figlia. Ma, se non ci siete ancora stati, un giro fatelo. Ne vale davvero la pena
Alla National c’è una mostra sui Giardini degli Impressionisti, che ci godiamo dal primo all’ultimo quadro, bookshop compreso. La creatura è indecisa fra i semi da regalare a mia suocera e perdiamo mezz’ora per comprare una bustina, ma alla fine lei è contenta ed io pure. Il tabellino di marcia è perfetto, ci siamo pure concessi una deviazione inaspettata e ora possiamo goderci un giro per i giardini fra Princes Street e The Castle. Anche se ha smesso di piovere da un pezzo, il prato è ancora bagnato e di giocatori di golf metropolitani nemmeno l’ombra. Quando lavoravo qui, pranzare sulle panchine e provare a mandare una palla in buca era di prassi: ma ora è tardi e gli stand del festival hanno invaso ogni spazio. Guardo l’orologio: ancora una cosa- e poi siamo a posto
Ve lo ricordate Bobby, il cane che vegliò sulla tomba del suo padrone per quasi vent’anni, fino a quando morì egli stesso? mia figlia ci è cresciuta, con questa storia e quindi una tappa a Greyfriars è d’obbligo. Già che ci siamo, giriamo per Grassmarket, il vecchio quartiere del mercato, il più vero di tutti, con vicoli ripidi e bui a far da contrasto a piazzette che pullulano di tavolini e risate. Ci fermiamo a sentire una band di olandesi, quel tanto che basta per convincere la creatura a premdere accordi con un amico “che quando torno, lo facciamo anche noi in Corso Italia”. Mio marito sorride, io abbozzo, commossa, lei è tutta felice. Ve lo avevo detto, no?, che Edimburgo è una città magica?
![G2Kitchen_cover[1]](http://farm5.static.flickr.com/4133/4976251488_df7150d4c6.jpg)



















































































